Rivelata la complessità del piccolo mondo Vesta

Rivelata la complessità del piccolo mondo Vesta

Le nuove scoperte dalla missione spaziale Dawn della NASA gettano le basi per la prima mappatura geologica dell’asteroide Vesta e confermano l’esistenza di non uno, ma due giganteschi bacini da impatto nel suo emisfero meridionale. I risultati, pubblicati in una serie di articoli sulla rivista Science, aiuteranno gli scienziati a comprendere meglio il Sistema Solare e i processi che si sono verificati durante le prime fasi evolutive.

Mappa topografica dalla missione Dawn della NASA, che mostra i due grandi bacini da impatto nell’emisfero meridionale del gigantesco asteroide Vesta. La scala dei colori si riferisce alle altezze, con il rosso sono evidenziate le zone più alte e con il blu quelle più basse. (Credit: NASA / JPL-Caltech / UCLA / MPS / DLR / IDA / PSI)

La sonda Dawn, in orbita attorno all’asteroide Vesta dal luglio 2011, ha già acquisito diverse migliaia di immagini della superficie dell’asteroide, rivelando un paesaggio complesso. Le immagini forniscono molti dettagli che aiutano gli scienziati a capire come la superficie si sia evoluta dall’inizio della sua formazione.
Il primo documento fornisce una panoramica della reale complessità di questo mondo antico. Vesta non è solo una palla di roccia, la sua superficie è dominata da crateri da impatto abbondanti, che presentano ogni forma e dimensione, dai piccoli giovani crateri a giganteschi bacini visibili nell’emisfero meridionale di questo piccolo mondo. La superficie di Vesta è complessa e variegata, e in molti casi ha conservato le tracce dei materiali eiettati durante i grandi impatti, avvallamenti grandi che si estendono in tutta la regione equatoriale ed enormi montagne. Eppure in tutto questo pare che non vi sia traccia di strutture vulcaniche.
“Come vulcanologo, e come chi ci si aspettava di trovare le prove del vulcanismo su Vesta, la sorpresa più grande per me è stata l’assenza di qualsiasi evidenza di formazioni vulcaniche. Vesta è stato così pesantemente modificato dagli impatti che ogni prova della sua prima attività vulcanica è stata distrutta “, ha affermato David Williams, co-autore degli articoli e ricercatore associato presso la School of Earth and Space Exploration del Arizona State University .
L’attuale mancanza di caratteristiche vulcaniche suggerisce che l’attività vulcanica è stata attiva per un breve periodo e che il raffreddamento di Vesta deve, pertanto, essere stato molto rapido. Forse si ipotizza che ciò sia avvenuto nei primi 100 milioni di anni dalla sua formazione, e che ogni traccia di vulcani sulla sua superficie sia stata erosa nel corso del tempo.
Come la Terra e altri pianeti di tipo terrestre, Vesta è costituita di antichi materiali basaltici e presenterebbe un nucleo di ferro di grandi dimensioni. Si tratta di un asteroide irregolare che ha anche caratteristiche tettoniche, avvallamenti, creste, scogliere, colline e una montagna gigante. Tutto ciò ci permette di considerare Vesta una via di mezzo tra gli asteroidi e i piccoli pianeti rendendo unico il suo ruolo nel Sistema Solare. Vesta è un vero e proprio oggetto di transizione del Sistema Solare.
Già prima dell’arrivo della sonda Dawn, alcune caratteristiche fondamentali della sue superficie erano state risolte grazie all’aiuto del telescopio spaziale Hubble e di alcuni tra i più potenti telescopi terrestri. La più importante caratteristica superficiale, già identificata in precedenza, è un enorme cratere, che ora la sonda Dawn ha stimato essere circa 500 chilometri di diametro, situato nei pressi del polo sud. Il suo nome, Rheasilvia, è dedicato alla matrigna di Romolo e Remo.
Il suo diametro si estende per ben il 90 per cento del diametro di Vesta e si stima che l’impatto abbia scavato via circa l’1 per cento del volume dell’asteroide.
Il bacino Rheasilvia, pertanto, domina interamente la geologia di Vesta. Tra l’altro i materiali, eiettati durante l’impatto, hanno quasi interamente ricoperto l’emisfero meridionale. Rheasilvia presenta, inoltre, un picco centrale, più alto del monte Everest, e addirittura simile in altezza all’ Olympus Mons su Marte. Oltre a Rheasilvia è stato i identificato un altro gigantesco cratere, sempre vicino al polo sud, più antico e di dimensioni simili, soprannominato Veneneia.
Veneneia sembra essersi formato 1 miliardo di anni prima ed è stato parzialmente cancellato dall’impatto che generò Rheasilvia.
Il fatto che vi sia la presenza di crateri così grandi, che hanno scavato tanto in profondità, ci permetterà di studiare attraverso l’analisi spettrale la costituzione non soltanto della superficie ma anche del mantello di Vesta. La forza d’urto dell’impatto di Rheasilvia, infatti, ha messo a nudo il mantello scagliando parte dei suoi materiali sulla superficie.

 

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